Saturday, April 04, 2009



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Guerriero licenziato in corteo con la Cgil


Loris Campetti


Oggi sarà a Roma anche lui, lo si potrà trovare dietro lo striscione della Tod's di Comunanza, provincia di Ascoli Piceno. Ieri, invece, era al suo paese, a Roccafluvione ad aggiustare la lamiera del pollaio danneggiata dal forte vento dei giorni scorsi. Di cognome si chiama Rossi, come il presidente della provincia Massimo, noto alle cronache per la più importante sperimentazione del bilancio partecipativo, a Grottammare. Lui, però, operaio calzaturiero del più telegenico dei padroni, Diego Della Valle che l'ha licenziato, di nome fa Guerriero. Nomina sunt omina, un destino. Adesso è costretto a combattere per riprendere possesso del suo posto di lavoro dove per anni si è recato ogni giorno, partendo alle 6 dalla sua casa in campagna per farvi ritorno alle 18. E' delegato della Filtea Cgil, politicamente impegnato come l'altro Rossi, Massimo, nel Prc. Non solo è stato licenziato dal re del made in Italy che è poi il suo padrone. In aggiunta la Tod's «ha prontamente informato la Prefettura, la Questura e il comando dei carabinieri dei comuni di competenza, ritenendo l'atteggiamento assunto dal dipendente fortemente minaccioso e di conseguenza pericoloso per la persona coinvolta», che poi sarebbe lo stesso Della Valle.
Che ha combinato di così grave il nostro Guerriero? Ha scritto una lettera al suo padrone per ricordargli che esistono i sindacati con cui gli imprenditori dovrebbero contrattare condizioni di lavoro, salari e tutto il resto. Ma l'elegante padrone della Tod's che dalla trasmissione di Santoro regala analisi, consigli e pacche sulle spalle a politici e lavoratori, i sindacati li vede come il fumo negli occhi. Se fosse lombardo direbbe «ghe pensi mi», ma è marchigiano, dichiara poco (salvo in tv) e agisce molto, tra lui e i suoi prestatori d'opera non vuole intrusi. Dopo aver rifiutato qualsiasi confronto con i sindacati ha deciso di «concedere» unilateralmente un premio, o bonus che dir si voglia; l'ha fatto nel 2008 e l'ha rifatto quest'anno pretendendo che tutti i lavoratori andassero da i suoi amministratori a firmare un sorta di «liberatoria» con cui accettavano il «regalo» fatto ad personam dall'imperatore ai suoi vassalli. Lui, Guerriero, non ha firmato quella lettera e purtroppo è stato l'unico nella sua fabbrica di Comunanza (persino gli altri due Rsu della Cgil hanno ceduto alla fine, così come i due Rsu dell'Ugil e e quello della Uil). «Ogni firma – scrive amareggiato Guerriero - è come un colpo di machete al corpo già martoriato del sindacato». Firme che, come ci raccontano i segretari della Filtea di Ascoli e Fermo, Paola Giovannozzi e Peppe Santarelli, sanno di paura e necessità. E si lamenta, Guerriero, di «un'Italietta da strapazzo fatta di servi, vigliacchi e traditori... e i potenti come te (della Valle, ndr), in questa palude, ci sguazzano». Guerriero ha contestato nella sua lettera vivace e cruda questo sistema da padre-padrone del suo datore di lavoro, tanto amato nei salotti e nei circoli di centrosinistra che ignorano o preferiscono dimenticare le troppe cause per antisindacalità da cui è stato investito; e nella sua lunga missiva, Guerriero ha avuto l'ardire di scrivere: «Sono un semplice operaio che non capisce niente. Sono un povero ignorante figlio di un operaio e una casalinga, cresciuto in una casa di campagna tra l'orto e il pollaio. Questa famiglia così semplice, tuttavia, mi ha insegnato la cosa più importante: la consapevolezza della morte. Quando penso alla morte tutto assume un aspetto diverso. Così, approfitto dell'occasione per ricordarti che anche tu morirai, purtroppo. La tua carne marcirà, come la nostra, divorata dai vermi che se ne fregheranno del tuo conto in banca. In altre parole, puzzerai di morto come noi. Quindi, siccome sulla tua carcassa non cresceranno violette, un po' di umiltà non ti dovrebbe essere gravosa. Chissà com'è, mentre per quasi tutte le persone presenti sembravi un faro, la guida verso il nostro futuro, a me sei sembrato soltanto arrogante e superficiale». Parole che sembrano quelle della poesia di Totò «'A livella», quando «il nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno» seppellito al cimitero vicino a «Esposito Gennaro – netturbino» s'indigna perché un potente come lui non può sopportare di stare accanto al pezzente puzzolente: «'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,/ trasenno stu canciello ha fatt'o punto,/ c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:/ tu non t'hè fatto ancora chistu cuntu?». Parole che però, al padrone telegenico che ha tanto a cuore gli operai purché si presentino uno alla volta con il cappello in mano, non sono andate giù. Forse non apprezza l'arte, di sicuro ha «prontamente informato la Prefettura, la Questura e il Comando dei carabinieri». Guerriero ha deciso di non rilasciare dichiarazioni, in attesa che venga vagliata la «procedura d'urgenza articolo 700» fatta dalla Cgil (provinciale di Ascoli e nazionale) per ottenere il reintegro. Poi, qualora la vicenda non dovesse risolversi rapidamente, i sindacati stanno preparando il ricorso unitariamente. Unitariamente si fa per dire: ci sono la Cgil, la Uil e persino la Ugl. Indovinate chi manca? Una cosa, però, Guerriero l'ha già detta a caldo e me la ripete mentre aggiusta il suo pollaio: «Ma quale minaccia, la morte non è una minaccia né un'ipotesi. E' una certezza». Della Valle, con la sua arroganza ha contribuito alla riuscita della manifestazione di oggi. Nelle tre provincie del distretto calzaturiero dove l'uomo dal foulard nero e i braccialetti colorati ha i suoi stabilimenti (Fermo, Ascoli e Macerata, un quarto è a Firenze), i tanti pullman prenotati per Roma si sono rivelati insufficienti a contenere tutti i «lavoratori che non capiscono niente» come Guerriero. In questa Marca ex-pontificia non c'è una tradizione di conflitto, padroncini e operai sono vicini di casa. I primi spesso sono artigiani diventati imprenditori, i secondi sopravvivono con bassi salari alla crisi – che si scarica comunque sugli immigrati e le lavoranti a domicilio - grazie alla casa di proprietà e a un pezzo di terra. Non come i francesi, ma anche i marchigiani, ogni tanto, si incazzano. Quando si incazzarono una quarantina di anni fa, scarpe in mano, fecero un '68. Questa volta la prendono un po' più bassa, per ora, e si traferiscono in massa a Roma. In difesa del contratto nazionale, proprio loro che non riescono a far sedere al tavolo il principale che invece gira nelle «sue» fabbriche spiegando che i sindacalisti non servono a difendere i diritti dei lavoratori ma solo a garantirsi «il loro stipendio». In difesa della loro dignità, partono per Roma, per non essere costretti a presentarsi uno alla volta al cospetto del padrone con il cappello in mano.




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